Amabili Resti
Una delle caratteristiche dell’arte cinematografica è quella di evocare i fantasmi. Peter Jackson dopo aver evocato sullo schermo i fantasmi che Tolkien aveva raccontato nella trilogia fantastica de Il Signore degli anelli e aver dato corpo, per l’ennesima volta, a King-Kong; ritorna sugli schermi con i fantasmi partoriti dalla mente di Alice Sebold in Amabili Resti (The Lovely Bones) titolo che rimane, come nel caso della trilogia tolkiana, identico anche nel film.
Susie Salmon (Saroise Roan) è una ragazzina di tredici anni che ha la sciagura di attirare su di sé l’attenzione di Mr. Harvey (Stanley Tucci) un vicino di casa che nasconde dietro l’aspetto mite e cordiale un feroce e lucido istinto omicida. La scomparsa di Susie distrugge i legami della famiglia Salmon. Sopraffatta dal dubbio di non essere stata all’altezza del suo ruolo la madre (Rachel Weisz) decide di lasciare alla nonna Lynn (Susan Sarandon), alcolizzata e un po’ matta la gestione dei figli. Il padre Jack (Mark Wahlberg) sconvolto dalla tragedia prova a trovare una spiegazione che lo possa condurre all’assassino di sua figlia. Susie intanto è bloccata in un luogo del tutto particolare: una terra di mezzo dove i suoi ricordi, i suoi affetti e la sua memoria trovano un’ideale realizzazione; ma è solo una tappa del suo viaggio verso l’adilà. Da questo luogo del possibile, potrà a comunicare con il mondo reale e grazie a lei il padre e sua sorella Lindsey (Rose Mclver) riusciranno a fare luce sull’omicidio, solo dopo aver combattuto con la burocrazia legale fatta di cavilli spesso assurdi e paradossali. Il finale rimanda a Ghost ma è comunque d’effetto e non stona pur nella sua ovvietà. Sullo sfondo una Pensilvenia anni 80 provinciale, timida e assorta nella sua statica quotidianità.
L’ultimo lavoro del regista neozelandese, che per la prima volta in carriera gira negli USA, è una storia molto intensa dove violenza e sentimento, fantasia e realtà, spiritualità e materialità si intersecano producendo un duplice effetto di straniamento da un lato e di partecipazione dall’altro. Stupisce la capacità di Jackson di essere efficace anche in una storia che pur non avendo parentele con le epiche avventure che il regista ha affrontato, emoziona e affascina per la sua enigmatica intimità.
Efficace il lavoro degli attori: dalla bravissima esordiente Saroise Roan, alle pluripremiate Rachel Weisz e Susan Sarandon accomagnate da un intenso Mark Wahlberg e uno straordinario Stanley Tucci, per la prima volta in un ruolo da serial killer. Lo sforzo stilistico di lasciare all’immagine e all’impianto sonoro del film (curato in modo maniacale da Michael Hedges, Dave Whitehead, Brent Burge e Chirs Ward) il difficilissimo compito di raccontare i dettagli fantastici, le tensioni e le sfumature emotive di questa storia, concepita per la letteratura commerciale americana, fa capo all’ esigenza di consegnarla al grande schermo senza farle perdere l’ efficacia emotiva che ha conquistato lettori e critica.

Il successo di una favola è spesso determinato da chi la racconta e al cinema di questi tempi di favole ben raccontate ce sono tante: da quella proletaria e sociale de Il mio amico Eric di Ken Loach, al kolossal in stereovisione di James Cameron che con Avatar ha spostato il limite della rappresentazione cinematografica; passando per l’ironia dissacrante di A serius man dei fratelli Coen e finendo con i tanti film d’animazione che spopolano tra i più piccoli.
Il concerto di Radu Mihileanu è l’ultima favola che arriva sugli schermi italiani. La storia è quella di un principe della musica AndreÏ Filipov (AlexeÏ Guskov) direttore della grande Orchestra del Bolshoi che costretto a fare l’inserviente in quello che un tempo era il suo palazzo, il teatro del Bolshoi di Mosca, ha finalmente l’occasione di tornare sul trono e dirigere il celebre concerto per violino di Čajkovskij. Per poter compiere quest’impresa ha bisogno di radunare la sua corte: la vecchia orchestra del Bolshoi, e far in modo di poter andare a Parigi al Théâtre du Châtelet per riprendersi il suo regno.
Lo stile ironico e accattivante di Mihileanu trasforma questa storia dal sapore classico in una fiaba moderna che commuove senza apparire troppo pedante. La sfida che AndreÏ Filipov deve affrontare è eroica ma non il nostro non è un solitario, cerca e ottiene aiuto da una serie di personaggi caratterizzati e stereotipati. Il vecchio amico Sacha Grossman(Dimtry Nazarov) violoncellista di origine ebrea e l’ex-manager del Bolshoi Ivan Gravilov (Valeri Barinov) dirigente di un partito comunista animato ormai solo dalle poche comparse radunate in piazza.
La prima parte del film è un viaggio sgangherato nel nuovo tessuto sociale della Russia, costituito per lo più dai tanti poveri, alcuni illustri come il protagonista, e dai pochi ricchi, magnati ignoranti pronti ad esibire con violenza il loro potere economico. Victor Vikitch (Alexander Komissarov) re del gas è pronto a tutto pur di apparire colto e preparato, ed infatti sarà lui a finanziare il viaggio. Fondamentale è poi il ruolo degli zingari, una vera miniera di idee e di creatività picaresca. Ad una Mosca ingrigita e impolverata fa da controcanto una Parigi solare e limpida luogo ideale.
A Parigi vive la grande violinista Anne-Marie Jacquet(Mélanie Laurent) che pur essendo giovanissima è già una leggenda. Il concerto fonde così due miti l’orchestra del Bolshoi e il sublime violino di Anne-Marie Jacquet. Un vero affare per l’indebitatissimo Olivier Morne Duplessis( François Berleand) direttore del Théâtre du Châtelet. Il sogno deve però fare i conti con la realtà. I vecchi orchestrali infatti hanno infatti approfittato del concerto per sfuggire dalla povertà e nessuno di loro è disposto a salire sul palco. Quando tutto sembra perduto ecco che il sogno torna a rivivere il concerto è infatti il pretesto per far si che Anne-Marie Jacquet scopra la sua vera identità. Il finale è un trionfo di quell’armonia assoluta che AndreÏ Filipov aveva sempre cercato nella musica di Čajkovskij.
Il film presentato in anteprima al Festival Internazionale del Film di Roma merita l’attenzione del pubblico perché esibisce una varietà di linguaggi che ne fanno un vero meltin pot cinematografico dove le storie (con S maiuscola e s minuscola), le lingue (il russo e il francese), le culture e soprattutto le musiche ( da Čajkovskij, alla muscica popolare) si fondono tra di loro con equilibrio che sorprende e commuove.

Tit. originale: id.
Regia: Philippe Lioret
Sceneggiatura: Olivier Adam, Emmanuel Courcol, Philippe Lioret
Fotografia: Laurent Dailland
Musiche: Nicola Piovani, Wojciech Kilar, Armand Amar
Interpreti: Vincent Lindon, Firat Ayverdi, Audrey Dana, Derya Ayverdi, Thierry Godard, Selim Akgül, Firat Celik, Murat Subasi, Olivier Rabourdin, Yannick Renier, Mouafaq Rushdie, Behi Djanati Atai, Patrick Ligardes, Jean-Pol Brissart
Produzione: Nord Ouest Production
Distribuzione: Teodora Film
Origine: Francia, 2009
Durata: 110’
Uscita nelle sale: 11 dicembre 2009
Welcome, il nuovo film di Philippe Lioret, inizia nella “giungla”. È infatti così che viene chiamato il luogo in cui, sulle coste di Calais, centinaia di immigrati clandestini si affollano nella speranza di attraversare l’esigua distanza (solo 32 km) che separa Francia e Regno Unito. Eppure le possibilità di passare da una parte all’altra di questo stretto braccio di mare sono, per loro, pochissime. Pochissime e pericolose: il “viaggio della speranza” si compie nascosti nei Tir, con sacchetti di plastica calati sulla testa perché le guardie non intercettino il respiro con le loro quasi fantascientifiche (ma quanto mai reali, e spaventose..) attrezzature.
Bilal, diciassettenne curdo che ha appena lasciato l’Afghanistan, non riesce proprio a tenere il capo coperto, perché alla sua mente si riaffacciano irrimediabilmente le terribili violenze subite in un carcere turco. Egli non può però perdersi d’animo: a Londra lo aspetta Mina, la sua bella fidanzata, cui il padre vuole imporre un matrimonio di convenienza. Deciso ad attraversare a nuoto la Manica, il giovane comincia ad allenarsi in piscina. È qui che conosce Simon (uno straordinario Vincent Lindon), un istruttore di nuoto brusco e taciturno, la cui vita privata si sta irrimediabilmente sgretolando: il divorzio è imminente, e la (ormai ex) moglie sta con un altro uomo, come lei impegnato nel sociale (mentre a Simon lei rimprovera proprio la sua indifferenza).
Il folle progetto di Bilal incuriosisce immediatamente l’uomo, fa breccia nella sua dolorosa solitudine, lo intenerisce, e forse (lo spettatore in alcuni punti non può non crederlo) gli pare una buona opportunità per riavvicinarsi alla moglie. O forse, ancora, egli intravede una possibilità di riscatto dietro questo strano parallelismo del destino: il ragazzo vuole attraversare la Manica per raggiungere la fidanzata, mentre lui non ha saputo nemmeno attraversare la strada per fermare l’amata che lo abbandonava. L’istruttore decide quindi di allenare il ragazzo e di aiutarlo in ogni modo a realizzare il suo sogno. Anche a costo di mettersi nei guai con la giustizia: non solo per la durezza della legislazione in materia di immigrazione voluta da Sarkozy, ma anche per l’aperta avversione degli abitanti di Calais (primi tra tutti i vicini di casa, che pure ostentano la scritta “Welcome” sui loro zerbini), i quali rifiutano completamente il contatto con gli immigrati, asserragliandosi dietro un muro di ostilità e paura.
Un universo chiuso e asfittico, come quel cielo invernale costantemente coperto di nuvole grigie, dense e impenetrabili dalla luce del sole, a sottolineare la totale assenza di vie di fuga. Un mondo costellato di limiti, frontiere, divieti, confini: dai cordoni che delimitano le corsie della piscina, su cui a Bilal è vietato appoggiarsi (è l’occasione del primo, brusco, contatto con l’istruttore), a quelle decisamente meno simboliche, ma ben più dure e inquietanti che impediscono agli immigrati di entrare nei supermercati. Di fronte a questa realtà minacciosa, fredda, egoista, il mare, che è in effetti il limite più difficile da oltrepassare, sembra essere invece l’unica barriera in cui è possibile aprire una breccia.
Un film profondo e intenso che in Francia ha fatto parecchio discutere, per la lucida durezza con cui stigmatizza non solo alcune precise scelte politiche, ma anche, più in generale, il comportamento della gente, che senza dubbio è la prima, vera responsabile di un atteggiamento xenofobo fatto di sospetto, di odio e di ostinato, crudele, rifiuto. Ma il messaggio di Welcome ha una portata ben più ampia: un appello alla tolleranza, una spinta alla fiducia, spesso incondizionata (quando non un po’ folle) nelle persone che ci circondano, la consapevolezza che non è barricandosi che si può sconfiggere la solitudine. Anche se, apparentemente, è spesso lei a vincere noi, e se il messaggio di benvenuto (Welcome, appunto), continua ad essere calpestato, proprio come lo zerbino del vicino di Simon.

Tit. originale: id.
Regia: Fatih Akin
Interpreti: Adam Bousdoukos, Moritz Bleibtreu, Birol Ünel, Anna Bederke, Pheline Roggan, Lukas Gregorowicz, Dorka Gryllus, Wotan Wilke Möhring, Demir Gökgöl, Zarah Jane McKenzie
Produzione: Corazón International
Distribuzione: BIM Distribuzione
Origine: Germania, 2009
Durata: 99 min.
Uscita nelle sale: venerdì 8 gennaio 2010
Chef: “Cibo per l’anima…”
Zinos: “Mi piace...”
Chef: “Soul Kitchen”
Zinos: “Mi piace!"
Amburgo. Zinos Kazantsakis (A. Bousdoukos), cuoco da strapazzo di origini greche, gestisce il “Soul Kitchen”, un ristorante in periferia che ospita una clientela alla buona che gradisce la birra e i surgelati. Attorno al mondo di Zinos gravitano altri personaggi dal carattere eccentrico e singolare, a cui si aggiungono quelli del fisco e un’ernia del disco improvvisa che impedisce a Zinos di lavorare. Così viene assunto un cuoco esperto di haute cuisine (uno straordinario B. Ünel) che trasforma il Soul Kitchen in un locale alla moda, coniugando cibo raffinato e musica soul.
Fatih Akin, classe 1973, non è un cineasta dell'emigrazione, perché è turco di seconda generazione nato ad Amburgo. Egli si ispira , invece, ad autori della New Hollywood come Scorsese, Schlesinger e Bob Rafelson per raccontare una storia relegata ai margini della società multietnica.
Il regista de La sposa turca, premiato al Festival di Berlino nel 2004, propone una commedia brillante, divertente e paradossale, in cui i personaggi sembrano farsi guidare dalla forza motrice degli eventi senza essere capaci di reagire.
Il ritmo regge alla grande e, tra una risata e l’altra, c’è posto anche per momenti di intensa commozione.
I personaggi si muovono all’interno del piccolo cosmo di Zinos alternandosi a coppie come se si trattasse di un’allegra danza da cui emerge quel percorso di emancipazione sociale e di ricerca delle origini attraverso la musica.
Una bella commedia, divertente e profonda che non dimentica la vera vita, ma suggerisce di affrontarla con la leggerezza:delle note musicali: "tutti gli immigrati e specie i turchi si identificano con la musica black, da qui il titolo. La musica identifica gli immigrati e Amburgo è la città della black music" (F. Akin).
Gli attori sono perfetti, e molto simpatici. Superfluo dire che la colonna sonora è meravigliosa.

Tit. originale: id.
Regia: [[Tom Ford]]
Soggetto: “Un uomo solo” di [[Christopher Isherwood]]
Interpreti: [[Colin Firth]], [[Julienne Moore]], Matthew Goode, [[Nicholas Hoult]], Ginnifer Goodwin
Produzione: Tom Ford, Andrew Miano, Robert Salerno, Chris Weitz per Artina Films, Depth of Field, Fade to Black Productions
Distribuzione: Archibald Film
Origine: Usa, 2009
Durata: 95 min.
Los Angeles, 1962. George Falconer (C. Firth), professore di letteratura inglese al college, perde in un incidente d'auto il compagno Jim (M. Goode). Appesantito dalla sofferenza e dalla solitudine Gorge decide di riordinare carte, oggetti e sentimenti prima di suicidarsi. Il piano, però, non sembra facile da portare a termine e a ritardare questa decisione sono l’amica disillusa Charley (G. Moore), e Kenny (N. Hoult), uno studentello sensibile ed entusiasta. Sullo sfondo della crisi privata, durante la Guerra Fredda, c’è la cosiddetta “[[crisi dei missili di Cuba]]” causata dal conflitto tra USA e URSS.
La pellicola ha vinto il Queer Lion Award ("Miglior Film con Tematiche Omosessuali & Queer Culture",) e Firth ha guadagnato il premio come miglior interpretazione maschile alla [[66ªMostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia]].
A Single Man è un film perfetto. Perfetta la fotografia calda di Eduard Grau, perfetta la musica melanconica composta da [[Shigeru Umebayashi]] ([[In the Mood for Love]] e [[2046]]), perfetta la bellezza degli attori, perfetta l’architettura degli ambienti. Insomma, ogni elemento filmico e profilmico è studiato per comporre una certa armonia. Al centro c'è la perfezione della bellezza ricercata nei particolari, nei volti, negli occhi dei personaggi e nei ricordi del protagonista.
Il film è perfettamente vacuo. Il vuoto fa da cornice alla vicenda di un uomo solo, un uomo che non vuole vivere in un mondo privo di sentimenti. Le scene girate in acqua sono gli unici momenti in cui il corpo vile permette all’animo di uscire dalla pesantezza materica delle membra per fluttuare libero tra le onde.
George, “lubrificato dalle lacrime, è un corpo assediato da un sentimento di resa e agitato da pulsioni di morte, che si rivela parlando e patendo dentro gli abiti di Tom Ford” (M. Gandolfi).
Tom Ford fa tesoro della sua esperienza di stilista per ricreare l’atmosfera di un lungo spot fatto di abiti griffatii di look ricercati, e di interni curati in ogni minimo particolare con una certa raffinatezza formale quasi viscontiana. Come dire, impara l’arte e mettila da parte!
Il doppiaggio è pessimo, ed è un peccato, perché c’è un impiego massiccio della voce-over (in italiano la voce è di Massimo Lopez, e questo la dice lunga!).
Una pellicola per coloro che sono cultori del bello e della sofferenza.
Colin Firth è, anche lui, perfetto.

regia: Mira Nair
interpreti: Hilary Swank, Richard Gere, Ewan McGregor, Christopher Eccleston, Virginia Madsen, Joe Anderson
sceneggiatura: Ronald Bass, Anna Hamilton Phelan,
montaggio: Allyson C. Johnson, Lee Percy,
fotografia: Stuard Dryburgh
musiche: Gabriel Yared Shore
produzione: AE Electra Production, Avalon Pictures, Fox Searchlight Pictures
distribuzione: 20th Century Fox
Amelia Earhart fu la prima donna a riuscire nella trasvolata in solitario dell'Atlantico. Nel 1932, cinque anni dopo Lindbergh.
La regista indiana Mira Nair (Monsoon Wedding, Vanity Fair) mette in scena la vicenda con un rigoroso biopic, descrivendo gli eventi con precisione e linearità: perfino troppo, nel momento in cui i dialoghi ne conseguono scontati e superficiali.
La determinazione e la forza di volontà della Earhart vengono descritte come dei paraocchi: non v'è traccia di conflitto né di vera crisi né della riflessione che la realizzazione di grandi imprese sempre comporta.

È come se non esistesse un altro lato della medaglia: tra testa o croce c'è solo testa, al punto tale che si arriva a nutrire una certa insofferenza nei confronti della protagonista. Ossessionata dall'idea dell'assoluta libertà, il personaggio di Amelia rasenta lo squilibrio mentale, legittimato solo dalla passione per il volo. Perde completamente il contatto con la realtà, giustificando le sue gesta come una sfida al mondo intero e a se stessa, bisognosa di confrontarsi costantemente con le proprie capacità al di là di ogni senso del pericolo.
L'identificazione risulta perciò molto ardua: l'Amelia in posa nelle fotografie seppiate resta la stessa per tutto il film. E sprofonda nei titoli di coda senza che lo spettatore riesca a carpirne l'io più inquietante e affascinante.
Il film della Nair viaggia su binari paralleli, ma in tutt'altra direzione, rispetto a Into the wild: nel film di Sean Penn le scelte estreme sono il veicolo per un viaggio al termine animo umano, (in)giustificato e (in)compreso, desiderato e temuto. In quello di Mira Nair il soggetto di una cartolina. “La felicità è reale solo se condivisa”, frase epifanica nel capolavoro di Penn, torna qui tale e quale, ma snaturata di ogni accezione.
Nota di merito comunque per Hilary Swank, di impressionante somiglianza con la vera Amelia Earhart, che conferma il suo talento per l'interpretazione di ruoli al confine di genere (Boys don't cry, Million dollar baby).
Lasciano invece a desiderare le performance di Richard Gere e Ewan McGregor, rispettivamente George Putnam e Gene Vidal, marito e amante dell'aviatrice. In linea con il film, i loro personaggi sono infarciti di battute ad effetto, ma poco costruiti e credibili, aumentando così il senso di estraneità alla vicenda.

Regia: Paolo Virzì
Interpreti: Valerio Mastandrea, Micaela Ramazzotti, Stefania Sandrelli, Claudia Pandolfi, Dario Ballantini, Marco Messeri, Paolo Ruffini, Sergio Albelli, Marco Risi, Roberto Rondelli.
Soggetto e sceneggiatura: Francesco Bruni, Francesco Piccolo, Paolo Virzì
Montaggio: Simone Manetti
Musiche: Carlo Virzì
Produzione: Motorino Amaranto
Distribuzione: Medusa
"La prima cosa bella che ho avuto dalla vita è il tuo sorriso giovane. Sei tu!". Da questa canzone di Nicola di Bari del 1970 nasce il titolo del nuovo film di Paolo Virzì ambientato nella tanto cara Livorno.
E' la storia della riunificazione di una famiglia che, dopo mille vicissitudini, si ritrova unita al capezzale della madre.
Questo il pretesto del film per raccontare le vicende, in un alternarsi tra passato e presente, come una sorta di "Pomodori verdi fritti alla fermata del treno" all'italiana.
All'italiana è lo stile con cui la commedia viene messa in scena, ispirata ai grandi capolavori del nostro cinema degli anni Cinquanta, dalle commedie di Dino Risi, citato apertamente insieme a Mastroianni, a Monicelli.
Nonostante l'elemento drammatico della malattia e della morte della protagonista, il regista non cade nel patetismo melodrammatico, né nella pietà forzata dalla lacrima facile. Al contrario: il film è un susseguirsi di comicità e ilarità, non ridotto a siparietti comici, come spesso accade nel nostro cinema (vedi Verdone), ma si compone scena dopo scena in un'amalgama forte e compatto.
Gran merito di questa riuscita va agli attori: Micaela Ramazzotti, che interpreta Anna, la madre, è perfetta nel ruolo della bella popolana, un po' svampita, ma solare, energica, piena di vita.

Protagonista di un tira e molla costante con un marito geloso (Sergio Albelli) Anna vive con intensità, barcamenandosi con entusiasmo e spontaneità in tutte le opportunità che la vita le offre. Nelle versione anziana, la Ramazzotti passa la staffetta a una Stefania Sandrelli in piena forma, che interpreta una malata terminale titanica, in grado di coinvolgere ancora i figli per un'ultima “cantatina”.
Bravi interpreti anche Valerio Mastandrea e Claudia Pandolfi, rispettivamente Bruno e Valeria, i figli di Anna da adulti. Il primo, un depresso cronico, è avvilito da un vuoto cosmico che lo spinge a cercare ogni forma di soluzione al malessere (droghe, medicinali oppiacei, tranquillanti e infine camomilla). La seconda, è una donna apparentemente molto sicura di sé, un po' nevrotica, che cela un'insicurezza e un'insoddisfazione di fondo. La forza dei personaggi sta nel non appesantire lo spettatore con lo svelamento della loro costruzione: le battute sono recitate con tanta naturalezza da sembrare improvvisate, dotate di quel tocco in più dato dall'accento toscano.
Oltre a soggetto e sceneggiatura, Virzì offre la sua maestria anche attraverso la regia, fatta di inquadrature mai banali. Una patina gialla da cartolina sbiadita conferisce al film un tono malinconico e nostalgico, senza rimpianti né rimorsi.
Qui nulla è lasciato al caso: soprattutto nelle bellissime ricostruzioni dell'epoca, ogni particolare è curato con attensione, dai costumi, ai locali, alla caratterizzazzione delle comparse.

Con la sua malavoglia di tornare nella citta natìa, Bruno incarna l'alterego dello stesso Virzì, che abbandonò la campagana toscana per studiare al Centro Sperimentale di Roma. Per Bruno tornare a casa significa inevitabilmente ripensare all'infanzia e tornare a sfrucugliare in quel magma di ricordi giovanili e di stati d'animo irrisolti. La riconciliazione con i propri sentimenti avviene in una messa in fila di fotogrammi meravigliosamente poetici e liberatori.
"La prima cosa bella" è un pollice su per il nostro cinema italiano, un film che ci conforta, perchè testimonia che in questo Paese c'è ancora qualcuno in grado di scriverlo e di farlo, il cinema.

Regia: Guy Ritchie
Cast: Robert Downey Jr., Jude Law, Rachel McAdams, Mark Strong
Sceneggiatura: Michael Robert Johnson, Anthony Peckham, Simon Kinberg
Dir. Fotografia: Philippe Rousselot
Montaggio: James Herbert
Sono due i presupposti utili per godere appieno della visione di questo film. Il primo è che questa è una completa rivisitazione del mito di Sherlock Holmes: è vietato quindi aspettarsi (e di conseguenza lamentarsi) il classico Sherlock Holmes della letteratura, tutto deduzione e niente azione. Il secondo è che il regista è il signor Guy Ritchie, ovvero l’autore di film come the Snatch o Rock’n’rolla: insomma uno che con i film d’azione ci sa fare.
Una volta presi in considerazione entrambi i presupposti possiamo dire che Sherlock Holmes è un film convincente, divertente e ben riuscito. L’idea di trasformare il personaggio creato da sir Arthur Conan Doyle in una specie di James Bond dell’800 è per certi aspetti geniale, ma non viene dalla mente “malata” dell’ex marito di Madonna, bensì da Lionel Wilgram, autore dell’omonimo fumetto.

Robert Downey Jr. è sicuramente il primo elemento vincente del film. L’attore, che con il passare degli anni diventa sempre più bravo, è completamente a suo agio nella parte e perciò perfetto per vestire il ruolo di uno Sherlock Holmes molto “action” ed anche un po’ dandy. A fargli da spalla è ovviamente il dottor Watson, interpretato da un altrettanto bravo Jude Law, che non riesce a non farsi coinvolgere dai casi irrisolti presi in considerazione dall’amico-collega. La sceneggiatura in sé è molto semplice e in alcuni punti un po’ debole ma è controbilanciata dalle numerose scene d’azione che rendono il film piacevole da guardare e molto divertente. Non c’è dubbio che Guy Ritchie sappia fare il suo mestiere e la sua “firma” la si può notare soprattutto nell’uso di numerosi ralenty e dal montaggio frenetico. A molti critici cinematografici scene come quella della sfida a boxe, in cui il regista ci mostra chiaramente l’intricato ragionamento di Holmes per sconfiggere il suo nemico, possono sembrare piuttosto ridicole ed inutili: in realtà in questo “contesto cinematografico” la scena funziona ed anche se può sembrare assurda, diverte per la sua particolarità. Tutto il film sembra seguire questo schema: è il mito di Sherlock Holmes ad essere quasi ridicolizzato e completamente mutato, ma è proprio questa scelta coraggiosa a rendere il film vincente. Da notare è anche lo splendido lavoro fatto dal direttore della fotografia Philippe Rousselot che, attraverso l’utilizzo di un’immagine dominata da una tonalità grigia e spesso anche un po’ sfumata, è riuscito, assieme all’aiuto degli scenografi, a ricreare una Londra Ottocentesca perfetta. E’ di notevole impatto vedere il Tower Bridge ancora in fase di costruzione! Il finale completamente aperto, non solo da per certo che ci sarà un sequel ma ne annuncia anche il villain, ovvero il professor Moriarty.

Non sono mai stato un grande fan di Guy Ritchie e devo dire che vedendo il trailer di questo film avevo paura di essere fortemente deluso. Invece, fortunatamente, posso ritenermi piuttosto soddisfatto. L’idea di realizzare un film su uno Sherlock Holmes non tradizionale, nonostante le numerose “polemiche”, è l’arma vincente del film e non solo attirerà numerosi giovani, ma potrebbe anche portarli a leggere i romanzi ed i racconti di Doyle, cosa che non farebbe male!
ELEMENTI DA SOTTOLINEARE: regia e montaggio avvincenti; grandi interpretazioni.